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La storia di Varese Ligure

È arduo presentare Varese Ligure, paese della splendida Val di Vara, in poche parole; il modo migliore forse è riprendere quelle dell’Arciprete Nicolò Roccatagliata (parroco dal 1894 al 1940), che lo definiva “nobile, gentil, ligure”. “Nobile” perché nel cuore di personaggi che hanno scritto pagine di storia culturale e politica, “gentil” perché qui l’uomo ha instaurato un rapporto con la natura che è valso al paese ambiti riconoscimenti, “ligure” in quanto situato nella Val di Vara, meritevole di attenzione da parte di chi vuole scoprire le meraviglie che impreziosiscono il paese.

Il Borgo Rotondo nasce da un progetto urbanistico “moderno” ideato dai conti Fieschi, feudatari di Varese Ligure dal 1161, che affermarono il proprio controllo su un territorio al centro delle vie di comunicazione tra il Parmense e la Riviera Ligure di Levante.
I Fieschi idearono nel XIII secolo la costruzione di un complesso abitativo che fungesse anche da fortificazione; di qui l’impianto ellittico su cui vennero edificate case rigorosamente in muratura senza aperture esterne. Delle due porte originali rimane oggi quella Sottana. Il fossato e le mura furono costruite in un secondo tempo.
Le spese vennero sostenute in parte da benestanti privati e in parte dai conti stessi, per incentivare anche artigiani e mercanti a partecipare a quella che si può definire un’impresa comune. Nella piazzetta, che nella fase iniziale non prevedeva la fila di case “mediane”, si svolgeva il mercato; le case erano tutte uguali, a due piani: i locali del pianterreno sotto i portici erano adibiti a magazzino o laboratorio, mentre i piani superiori fungevano da abitazione. Nel Borgo i Fieschi edificarono una chiesa dedicata alla Vergine, la cui collocazione è quasi certamente nell’edificio che attualmente ospita gli uffici del Centro di Educazione Ambientale del WWF. Tra le case “mediane” si segnala la cosiddetta Casa della Ragione o del Capitano, dove si amministrava la giustizia, ampliata presumibilmente nella metà del XVI secolo, dopo la fallita congiura dei Fieschi; è ancora visibile una delle bifore sulla facciata.

Il Castello, nato su un preesistente castrum, testimonia con le sue vicende edilizie le vicissitudini storiche di Varese Ligure e ne attesta l’importanza assunta nel Basso Medioevo. Originariamente i Fieschi, come scrive lo storico Antonio Cesena, si costruirono nella parte nord del Borgo una “casa” o “picciol palazzo”, di cui non è rimasto nulla salvo il muro settentrionale che attualmente costituisce il lato sud del quadrilatero del Castello (vedi feritoie inverse). Per sintetizzare le complesse fasi di costruzione, basti ricordare due nomi: Niccolò Piccinino, capitano di ventura milanese che, nel corso di una spedizione militare, fece erigere la torre alta di ”offesa” nel 1435; Manfredo Landi che, sposata Antonia Maria Fieschi, costruì tra il 1472 e il 1478-79 il torrione difensivo, di forma cilindrica, in cui si possono notare le “bocche di fuoco”. I Fieschi, molto amati dalla popolazione, ripresero il controllo del Borgo e vi rimasero fino al 1547, anno in cui fallì la congiura di Gian Luigi Fieschi contro i Doria. Il Castello si prestò a diversi impieghi e benché attualmente di proprietà privata, viene concesso per ospitare mostre o convegni.

Il Quartiere di Grexino è uno dei primi insediamenti urbani, situato lungo la collina che digrada verso il torrente Crovana. Il toponimo rivela l’origine bizantina. Gioiello e simbolo di questo agglomerato è il Ponte ad una fornice, costruito nel 1515, quando, stando al racconto dello storico Antonio Cesena, un’inondazione, spazzando via la passerella lignea che serviva ad attraversare il torrente, travolse un giovane sposo, Calcagnino, che invano tentava di raggiungere la consorte. Il versante meridionale del Ponte è impreziosito da un bassorilievo in arenaria rappresentante Nascita, Morte e Risurrezione di Cristo, la cui cronologia è controversa; considerando la ruvidezza del tocco, si può pensare ad un artista locale che abbia tentato di riprodurre nella complessità teologica, un modello alto forse costituito dalle opere in alabastro che un membro della famiglia Cristiani portò in paese dall’Inghilterra anglicana nel XVI secolo.

L’ Oratorio dei Santi Antonio e Rocco è un vero e proprio gioiello del Seicento varesino, situato a lato della chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista. La sua costruzione è legata alla Confraternita dei Santi Antonio e Rocco costituitasi nel 1451 e tutt’ora attiva. L’impianto barocco è ben visibile soprattutto nell’altare e nel sipario soprastante, oratorioentrambi in stucco, da cui compare il simbolo della Repubblica di Genova, segno dell’alleanza della Confraternita con il Senato Genovese. Alle pareti tele dei Dodici Apostoli; sopra il portone di entrata un’”Ultima Cena” copia di quella del Correggio; la volta è decorata da Giuseppe Galeotti, artista del XVIII secolo, con affreschi. Nell’arredo si segnalano i Cristi processionali, i fanali indorati con oro zecchino e i due pastorali in legno dorato con le effigi dei Santi Antonio e Rocco, risalenti al XVIII secolo.

La Chiesa di S. Giovanni Battista, del XVI secolo, è affrescata con episodi della vita del santo; gli altari sono frutto della munificenza delle nobili famiglie locali che li abbellirono con pregevoli opere d’arte. Di particolare importanza sono le due tele commissionate ai maestri genovesisangiovanni Giovanni Andrea De Ferrari e Gregorio De Ferrari, autori rispettivamente di “San Francesco stigmatizzato” e “San Pietro liberato dal carcere”. Grande importanza riveste il culto della Vergine, a partire dalla venerazione della “Madonna di Mantova” cui è legato un episodio narrato dal Cesena: il misterioso rinvenimento di un quadro rappresentante la Vergine che si scoprì proveniente da Mantova e che andò distrutto nel 1450 in un incendio causato dalla negligenza di una vecchietta detta “la Ratta”. Due sono le opere d’arte che ben testimoniano la devozione dei Varesini a Maria: la statua in alabastro della “Madonna con Bambino”, portata dall’Inghilterra dal conte Pietro Giulio Cristiani nel 1551 insieme ad una “Trinità” in alabastro (non esposta al pubblico) e la statua lignea della “Madonna della Visitazione” (XVIII secolo). Questa, attribuita a A.M. Maragliano, forse autore anche dell’ “Angelo Annunciante” (vedi cappella del Sacro Cuore), viene portata ogni anno in processione durante le celebrazioni solenni della festa della “Madonna di Luglio”. Da segnalare ancora il coro barocco in legno di noce, probabilmente proveniente dalla chiesa di Santa Croce di cui resta solo il campanile, attualmente Torre Civica.

La chiesa di S. Filippo Neri e S. Teresa d’Avila, situata sul lato della piazza prospiciente il Castello, fa parte del Convento delle Monache Agostiniane, fondato come Collegio dalla varesina Brigida Caranza (1616-1648) ed elevato a Monastero di clausura nel 1652. SANFILIPPOLa chiesa venne consacrata nel 1676; al suo interno, sulla parete sinistra, vi è il “San Francesco Saverio” di Gregorio De Ferrari. Barocche sono la struttura della chiesa, a pianta centrale, e le decorazioni.
Il Monastero, con il suo meraviglioso giardino, è il luogo in cui le monache confezionavano i funghi secchi, tanto apprezzati da Gioacchino Rossini, e ove è custodita gelosamente la ricetta dei dolci in pasta di mandorla, le famose “sciuette”.

La Torre Civica era originariamente il campanile della chiesa di Santa Croce, annessa al Convento dei Padri Agostiniani, chiamati dai Confratelli dell’Oratorio dei Santi Antonio e Rocco e giunti a Varese nel 1563. All’avvento della Repubblica Democratica Ligure (1797) il Convento, cui era anche annesso un ospedale, venne chiuso definitivamente. Provengono dalla chiesa di Santa Croce la “Madonna della Visitazione” (ex “Annunziata”) e l’”Angelo della Compagnia”, conservati nella parrocchiale. A poca distanza dalla Torre è situata quella che era la chiesa gentilizia dei Conti Chiappe e sede della Confraternita della Morte e Orazione, chiamata anche Oratorio di Santa Sabina o “Compagnia”. L’edificio, sconsacrato nel XX secolo, ospita ora attività culturali. Di fronte si trova la casa del Conte Giuseppe Arrivabene (1798-1882), patriota mantovano, letterato e musicista, nonché benemerito fondatore della Filarmonica Varesina che nel 2002 ha festeggiato il 150° anniversario della sua fondazione.

Il Palazzo dei Ferrari, ora adibito a private abitazioni, è posto sul lato settentrionale della piazza principale. Un tempo prevedeva una sorta di ponte che permetteva l’accesso al giardino privato, luogo in cui ora è situato il Monumento ai Caduti. Nella cappella privata del palazzo furono celebrate le nozze di Domenico Pallavicini con Luigia Ferrari (1772-1841), a cui Ugo Foscolo dedicò la celeberrima ode “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo”. Il portale è impreziosito da due telamoni in marmo.


 

 

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